martedì, 29 gennaio 2008
calligrafato da miles.gloriosus, alle ore 07:07, in pg

Mi sento inutile, colma del mio eterogeneo tutto e vuota delle caratteristiche dell’essere. Mi vorrebbero bruciare, probabilmente per il mio essere diversa. Eppure vesto in modo dimesso, con un grigio completo informe, dalla castissima ispirazione stile radical chic. Non indovino i pensieri dei compagni di sventura che s’assiepano a me, quasi a regalarci una mutua speranza in mancanza di meglio: sono pensierosi e quasi non mi rivolgono la parola.

Due giorni fa tutto mi sembrava differente: ero nelle mani di Peppino, che mi alimentava con un certo trasporto, tanto che mi bastò una sola occhiata per innamoramene perdutamente. Vestiva con un jeans sdrucito che mascherava (lo sapevo!) gambe muscolose. Il maglione giallo limone gli dava un’aria solare che sentii di non meritare. Era come contemplare un demiurgo di periferia, essendo completamente in sua balia.
Assuntì, vieni accà, ca c’avimm’a spiccià.” fece la sua melodiosa voce.

Assuntì non godeva della stessa simpatia, anche se le riconoscevo il ruolo istituzionale di moglie di Peppino. Che fosse infida lo avevo percepito il giorno prima, quando aveva fatto gli occhi dolci al garzone del macellaio. Occhi di brace, occhi di lupa!
Che cosa si fossero detti, dieci minuti dopo, in camera da letto, faceva parte delle mie congetture più pruriginose. Certo non era la gelosia a farmi pensare che Assuntì non fosse capace di dialogare: i mugolii disarticolati provenienti dal talamo non testimoniavano in tal senso.

Mo vengo, semp’ ‘e furia” replicò la donna.
“Assuntì, quante storie. E meno male che ci sono io.”
“Seee, meno male” sottolineò ironica, passandosi le mani tra capelli scarmigliati. Aveva un’aria accaldata che il marito doveva trovare molto desiderabile.
Sicuramente non era il solo a fare quel tipo di considerazione, pensai tra me mentre mi lasciava.
La prospettiva del mio mondo cambiò radicalmente: ero a terra, senza che nessuno badasse a me, con i due che si avviavano nella camera da letto. La naturale complicità era la stessa del giorno prima, solo l’attore maschile era cambiato.
I mugolii mi sembravano gli stessi, a occhio e croce.
Fui colta da una fitta di gelosia: mi rividi piena e informe e osai paragonarmi per un secondo alla boccaccesca procacità di Assuntina. Non reggevo il confronto, come dovetti ammettere. Rotolai in un angolo, sedotta e abbandonata. Una parte di me borbottava, forse memore degli avanzi della cena della sera prima. Scherzi della mia voracità e del cibo stantìo.

Riemersero un’oretta dopo, accaldati entrambi e con un luccicore perso in fondo agli occhi. Ovviamente non mi degnarono di uno sguardo: come avrebbero potuto distogliere la loro felicità per farlo? Mi sentii uno scarto.

Gli eventi precipitarono nel pomeriggio. Venni presa senza affetto e lasciata all’addiaccio, oltraggiosamente data in pasto al lurido abbraccio di tanti miei simili. Salutai per l’ultima volta il luogo che, in un certo senso, mi aveva visto nascere. Senza una parola né una lacrima: sapevo che non lo avrei più rivisto.
Michelino, un mio simpatico vicino, mi ha rivelato un segreto:
“Bella, qui staremo per mesi! Parola ‘e Michelino.”
“Dici?”
“E se ci portassero via passeremmo solo dalla padella alla brace. Si narrano cose strane… Ogni tanto un gruppetto di noi finisce arrosto. Non ci vogliono, anche se noi siamo loro, in fondo.”
“Sicuro?”
“Si, me l’ha detto Geronte il più anziano del rione. Lo chiamano ‘u pruf’ssore: lo vedi?”
Buttai un’occhiata di compatimento al vecchio sacco di libri e giornali che mi rispose con un sorriso di simpatia incrociata. In fondo ero come lui, meno nobile forse, ma sempre una grigia, ipertrofica busta di monnezza.

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sabato, 24 novembre 2007
calligrafato da loopdimare, alle ore 17:54, in allusioni

La storia con Alice era iniziata col botto, lei era bella leggera, sfolgorante, capace di portarti fuori di testa in pochi secondi, di farti sognare e di vivere cento vite diverse.
Lui ne fu talmente preso che abbandonò moglie e figli per stare con lei. Rinunciò alle vecchie amicizie per frequentare gli amici di lei, che erano pure simpatici e divertenti, ma che alla lunga si rivelarono inaffidabili e volubili.
Del resto anche Alice non mantenne tutte le promesse: c’era sempre una sensazione di provvisorio, di fasullo che aleggiava nell’aria, anche se i suoi sorrisi riuscivano spesso a dileguarla.
Col tempo fu sempre più difficile evitare la realtà, Alice era una farfalla assolutamente inadadatta ad un rapporto serio, anche la realtà con lei sembrava una fiaba, o qualche volta un incubo.
Quando scoprì tutta la verità, dopo un lungo periodo di voluta cecità, nessuno fu in grado di aiutarlo, i vecchi amici erano spariti ed i nuovi sembravano solo ombre.
Adesso si trovava a guardare giù appoggiato al parapetto di un viadotto: dopo un salto di una cinquantina di metri, in fondo, tra sterpaglie, sassi e immondizia, scorreva un torrente nero di fango e scarichi industriali. Scavalcò il parapetto e vi ci si appoggiò tremante, guardò giù, poi chiuse gli occhi e gridò.

La scatoletta scura del modem adsl cadde e velocemente sparì tra le acque sporche.
- Addio Alice, torno alla realtà.-


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giovedì, 01 novembre 2007
calligrafato da famoHPsse, alle ore 20:23, in minimalismi

 

 

 

 

 

 

 

Rapporto emotivo con oggetto scenico.

 

 

 

 

 

 

 

Fuori è Via del Governo Vecchio, dentro è Gardenia. Un pub con uso di piano bar.

Dal semibuio un chiunque sottofondeggia una canzone.

Gardenia e poi

bicchieri vuoti tra di noi

su marmo freddo come te

che cerchi una storia che non c’è.

Gardenia e poi

ingannevole musica per noi

confusione un po’ così

ed io che non ricordo come finì.

Non alzi lo sguardo, che non abbandona i bicchieri vuoti sul tavolino.

La lampada sospesa decide di riempirli di luce ed oscurare il resto.

Il riflesso ti arriva sul volto e segna la tua distanza.

Non parli, non parlo.

Bicchiere di destra e bicchiere di sinistra, per poco ancora vicini, ormai vuoti.

Eppure sei lì a guardarli, a rimbalzarci sopra pensieri stanchi di diventare parole.

Rapporto emotivo con oggetto scenico. Prende vita quando l’oggetto è occasionale o puramente strumentale e la sua manipolazione inconsapevole. L’azione diventa una scrittura scenica che può essere letta nelle più sottili sfumature da chi assiste. L’attore narra inconsapevolmente l’intera parabola di uno stato d’animo nelle sue varie fluttuazioni. La comunicazione muta risulta spesso più esauriente di quella verbale. Non di rado la tecnica del rapporto emotivo con oggetto rivela all’attore sue tendenze interiori da lui stesso ignorate.

Sembra che tu stia cercando qualcosa? Ma no, semmai come constatando. Anzi vedendo. Semplicemente ed asetticamente vedendo. Senza niente di oltre.

Aspetti solo che fatalmente qualcuno porti via i bicchieri. Il segnale per andartene. Per alzare definitivamente lo sguardo.

“Amico, Tu comprare rosa Signorina?”

E affonda la rosa tra i bicchieri.

“Bella rosa per bella Signorina…”

Alzi lo sguardo.

“Amico, solo uno euro, amico”

Altre due rose invadono il tavolo.

“Tre rose due euri, bella Signorina”. 

 Gardenia e poi

chissà che cosa vuoi

comunque domani lo so

accanto a te mi sveglierò.

Gardenia e poi

un altro wisky farmi male non può

più di quanto male ho

tanto la musica sempre più confusa non l’ascolterò.

Gardenia e poi

oggi sono io, ieri eravamo noi,

Gardenia e poi

oggi sono io, ieri eravamo noi.

 

 

 

 

 

 


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mercoledì, 08 agosto 2007
calligrafato da loopdimare, alle ore 00:44, in casi umani, allusioni

1 – CULI DI MARMO – FACCE DI BRONZO di Finto Brass.
      Una viaggio nel profondo animo del re del para-culo. Garantiti tutti i retroscena!

2 – L’UOMO IN. VISIBILE? (Mi si nota di più se…) di Vani Moretti.
      La storia di un genio che rischia di diventare invisibile (invivibile lo era già). Per evitare questo prima fa i girotondo, poi va a caccia di caimani, rischiando molto. Alla fine rifà Brando in una scena al burro con Isabella Ferrari, alla faccia del colesterolo!

 

3 – IL PLACIDO DON di Michail Placido.
      Don Michele vuol dimostrare di non essere solo un attore: si libera dai tentacoli della piovra e diventa regista. Prima denuda Accorsi e poi  fa cantare la banda della Magliana. Si prevede un futuro nella pubblicità.

4 – BESAME MUCHINO di Gabriele Muccino con Silvio Muccino.
      Due fratelli vogliono far strada nel cinema: uno come attore e l’altro come regista. Dopo alterne vicende si accorgeranno di avere fallito. Vivranno infelici ed arricchiti.

 


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venerdì, 27 luglio 2007
calligrafato da loopdimare, alle ore 10:38, in casi umani

L'ORLO DELL'ABISSO
Un sarto sardo sordo ha una passione sordida. Una storia con tanti risvolti

VIA COL VANTO
Bella nel suo pallore gonfiato.

LEI NON SA CHI SONO IO!
- Documenti.

 


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mercoledì, 11 luglio 2007
calligrafato da loopdimare, alle ore 11:41, in casi umani

C'era un vicolo cieco che tirava avanti come poteva cercando di darsi una ragione di vita. Ogni notte però andava in crisi perchè passata una certa ora, quando tutti dormivano, diventava anche muto.

- Passi per la cecità, ma anche muto no. Non lo sopporto! - disse buttandosi da un piano regolatore. Morì sul colpo.


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mercoledì, 04 luglio 2007
calligrafato da stanlaurel, alle ore 13:36, in

- Tutto okay capo.
- E allora portaci al Rockfeller Palace.

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giovedì, 28 giugno 2007
calligrafato da PogoOpossum, alle ore 14:03, in racconti di pogo

Arrivai alla piazza centrale e decisi di parcheggiare. Scendemmo e come per magia ci ritrovammo circondati da quattro fucili puntati contro di noi.
«Che siete venuti a fare?» domandò una delle quattro ragazze.
«Una richiesta – risposi  con molta calma, prendendomi una pausa – di collaborazione momentanea».
«Noi non collaboriamo con gli sbirri. Soprattutto quelli come te».
Contrassi il mio viso in una smorfia a metà tra il sorriso e lo scocciato, la guardai negli occhi, mi avvicinai lentamente al suo visino dolce e carino: «chiama miss tette di ferro, che potrebbe scoprire un certo interesse in quello che ho da dire».
Il tono della mia voce e la sicurezza mostrata destarono in lei qualche preoccupazione effettiva e così si decise a chiamare il loro capo; Lucy continuava a tenere le mani vicine alla cintola per estrarre velocemente la pistola in caso di necessità.
Aspettammo venti minuti in quello schifo di posto. Le strade non venivano ripulite da una vita e l'auto migliore non aveva più gli sportelli. Il bar della piazza era ritrovo per cocainomani e prostitute. Il resto si poteva trascurare.
L'auto che stava arrivando denotava una certa classe in mezzo a quello schifo: il rosa candido emetteva una luce radiosa in mezzo al quel grigio soffocante. Miss tette di ferro scese dall'auto e si avvicinò.
«Hai il coraggio di venire fin qui e non contento detti pure legge, assassino?»
«Sempre gentile, Iona. Vedo che porti ancora quei reggiseno di ferro appuntiti... ma credo ormai nulla possa impedire alla forza di gravità di vincere il confronto con quelle due cose flaccide che hai al posto delle tette».
La mia battuta non le aveva fatto piacere; evidente.
«Se non ti taglio quella fottuta lingua è solo per il piacere che provo quando penso ai culi che lecchi...» non le permisi di finire: «smettila di dire puttanate. Sono qui per chiederti un favore. Emma. Voglio capirci qualcosa. So che ha anche bazzicato da queste parti; ci sto lavorando su». Il suo sguardo era cambiato: la sua incazzatura perenne era sparita facendo posto ad un triste e malinconico vuoto.
Passarono un paio di minuti, poi si avvicinò a me molto lentamente. Era ancora bella come la prima volta che la vidi. Gli occhi verdi arrivarono ad un palmo dal mio naso, alzò lo sguardo e mi puntò l'indice della mano sinistra al petto: «no, Luca. Non pensare che ti consegni il suo assassino per vedere quanto sono bravi i suoi avvocati; e non iniziare con la storia della giustizia, tu che hai ucciso a sangue freddo una delle nostre consorelle...» la interruppi ancora: «andiamo, non essere deficiente. Fu un errore, ok? Me ne pento ogni giorno, ma aveva massacrato la sorella di Charlie».
Lei mi guardò annuendo con la testa e contraendo le labbra in una smorfia come ad annunciare che la sapeva la mia risposta.
«Beh. Emma era mia sorella».

Non ho avuto occasione di fare il riassunto. Per chi avesse perso le puntate precedenti, clicchi su racconti di pogo. Tanto si fa presto a leggere tutto.

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martedì, 12 giugno 2007
calligrafato da famoHPsse, alle ore 23:31, in allusioni

Uno sguardo dal punto

 

 

        Finalmente la frase aveva maturato il punto e lei ci salì sopra, respirò profondamente, gettò lo sguardo al rigo sottostante e vide la pagina che scorreva bianca.

        Si accorse che la osservavo e mi chiese: ”Sai dov’è Corso della Scrittura Creativa ?”

        Le indicai la strada che costeggiava la pagina bianca fino a Piazza dell’altro Punto.

        Il suo momento era quello in cui si diventa figli di se stessi: quando ciò che sei nasce da quello che sei stato, senza possibilità né voglia di alibi.

        Aveva desiderio di nuovo, anche di prove nuove: magari scrivere un libro.

        Dall’alto intravedeva sotto il bianco della pagina un disordinato e discontinuo rifluire ora di ricordi, ora di sensazioni, ora di idee disparate.

        Nascessero con lei anche loro!

                               Tanto gentile e tanto onesta era

                       la voglia sua dell’esser or pubblicata,

                       ma un  po’ di lite avendo con la vita,

                       dolce parea  ed al par tempo fiera.

                               Ella era lì, pronta a cominciare

                       con fragil grinta ma alquanto risoluta,

                       senza che affatto fosse trattenuta